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Questa è la mia storia, o la nostra? Reda Zine, regista e artivista universale.

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Sabato 20 giugno, presso il Museo Internazionale della Musica, abbiamo assistito allo spettacolo di sonorizzazione di estratti di film del primo cinema Africano dei due artisti Reda Zine e Danilo Mineo.

Attraverso diversi strumenti (guembri, chitarra elettrica, voci, tamburi, pad e percussioni) e ambienti sonori, i due artisti ci hanno accompagnato in un viaggio di 45 minuti che ha intrecciato abilmente linguaggi narrativi differenti.
Intervistiamo ora uno dei due musicisti, Reda Zine, sia riguardo lo spettacolo sia riguardo il suo personale percorso artistico.

Ciao Reda, raccontaci un po’ di te. Come hai iniziato il tuo lavoro artistico?

Sono un autore e regista Italo-Marocchino. Ho realizzato due lungometraggi: “The Long road to the Hall of Fame” (2015) e “Questa è la mia storia, o la nostra?” (2012), ma sono anche musicista del gruppo Fawda (che rielabora in modo sperimentale il patrimonio di musica gnawa) e precedentemente sono stato membro della band afrobeat Voodoo sound Club e cofondatore del LSA (Laboratorio Sociale Afrobeat). Ho trascorso parecchi anni in Francia e prima ancora a Casablanca, la mia città natale con la quale c’è un continuo dialogo a livello artistico, culturale e sociale, in particolare grazie a un festival indipendente, fondato nel 1999, di “musiche e arti urbane” (L’Boulevard Festival).

Parlarci di questo tuo nuovo progetto artistico realizzato in duo con il percussionista Danilo Mineo.

Io e Danilo ci conosciamo da più di dieci anni e abbiamo fatto molta strada insieme, in senso artistico e letterale. Abbiamo infatti pubblicato dischi insieme in numerosi progetti (come l’LP “Road to Essaouira” dei Fawda) e viaggiato in Marocco, Egitto, E tiopia (per restare nel continente africano) incontrando maestri e artigiani e studiando musica Gnawa marocchina, musica Zar e Tambura sudanese ed egiziana, legate a culti e alla transe.

Danilo è infatti un percussionista che può vantare una lunga esperienza di ricerca e produzione, oltre che di didattica (è infatti autore di due manuali sul tema).

Questo progetto nasce dalla volontà di estendere ricerche timbriche e iconografiche, legate a un certo patrimonio cinematografico africano e mediorientale, approfondite negli ultimi anni grazie a questi viaggi e attraverso il laboratorio di Musica Gnawa che dirigiamo insieme presso la Scuola di Musica Popolare Ivan Illich.

Il viaggio sonoro prende spunto da sequenze di film importanti del primo periodo postcoloniale, con tematiche di rappresentazione rituali, specificità naturali, archeologiche, ambientali e culturali. L’obiettivo è quello di creare un linguaggio ibrido tra immagine e suono. Avvicinando lo spettatore allo sguardo cinematografico dei primi autori Africani e alla musica che rielabora e decostruisce repertori di tradizioni Africane. L’idea della sonorizzazione, infatti, si basava su un set completamente nuovo al livello strumentale, sia per me che per Danilo. Abbiamo deciso di sperimentare il più possibile per far parlare le sequenze scelte, a distanza di decenni, reinterpretandole dal vivo con strumenti tradizionali ma anche autocostruiti, modificati e postmoderni.

Qual è il messaggio che questo spettacolo ha l’ambizione di trasmettere?

Vorrei partire da un tag comparso, nel mese di marzo, su un muro del mio quartiere: “il teatro in streaming fallo tu”. Noi siamo stati molto delusi, come tanti artisti e operatori dello spettacolo in Italia, della superficialità con la quale il governo e il ministero della cultura hanno affrontato il tema del lavoro culturale.
Come artigiani della cultura abbiamo un pubblico che ci segue e che apprezza il nostro lavoro ma non sempre conosce i percorsi che precedono la produzione di contenuti originali e al passo con i linguaggi e le tematiche del nostro tempo. Personalmente, in questo periodo ho avuto una sola certezza, quella di non suonare in streaming, offrendo i miei contenuti gratis alle piattaforme di grandi multinazionali (in parte causa della precarietà nel nostro settore). Inoltre, ho fatto per almeno dieci anni formazioni per sensibilizzare gli artisti e i creatori sulle tematiche del copyright vs copyletf e quella della gratuità vs libertà nella rete internet. Vedere che nel 2020 la gente paga per regalare i suoi contenuti pur di stare dentro al “field dell’attualità” è agghiacciante e sinonimo di “servitù volontaria”. Si tratta di un’atmosfera poco sana e di overdose digitale che necessita di un lavoro di educazione ai media e alla loro estensione finale e infernale: i social network.
Al contrario, ho apprezzato molto e partecipato a un esperimento di streaming comunitario della realtà bolognese OpenDDB che ha messo a disposizione film e documentari d’autore chiedendo agli spettatori un’offerta libera per sostenere il lavoro degli autori e, nello stesso tempo, creare delle condizioni di fruizione considerando il difficile momento economico collettivo.
L’arte ha bisogno di tempo per svilupparsi. Dobbiamo assolutamente evitare di dover per forza piacere o “far divertire” (per riprendere le parole del presidente del consiglio, che hanno scatenato una certa polemica, sul ruolo dell’artista). Anche l’idea che il lockdown sia stato un bene perché finalmente si aveva del “tempo per sé” è un’idea borghese staccata dalla realtà di diecine di migliaia di lavoratori autonomi senza ammortizzatori sociali che, in molti casi, hanno dovuto, da un giorno all’altro, ripensare la propria sopravvivenza.
Insomma, con queste premesse volevo specificare il contesto che abbiamo attraversato e la necessità vitale di rinnovamente senza la quale non aveva senso tornare ad esibirsi dal vivo.
Da tutte queste riflessioni è nata la volontà di decostruire il linguaggio musicale, ma anche iconografico. La ricerca, dopo un periodo lunghissimo di confinamento e divieto di circolazione (mai visto dalla mia generazione né da quella dei miei genitori o nonni), doveva rivolgersi all’interesse comune. In questo caso, abbiamo voluto espressamente portare “materiale nuovo” agli occhi degli spettatori, anche loro emozionati all’idea di tornare ad assistere a uno spettacolo dal vivo. La scelta del corpus di film rispondeva sia alla necessità di far circolare idee e immaginario sconosciuto (o conosciuto solo dagli addetti ai lavori) sia a quella di riappropriarsi e restituire una parte del patrimonio universale rappresentato dalle opere cinematografiche restaurate nella città di Bologna. Inoltre, è stato anche un modo di rendere omaggio a registi importanti che mi hanno inspirato, che ho avuto l’opportunità di incontrare, come per esempio il mauritano Med Hondo, scomparso l’anno scorso, o con cui avrei voluto dialogare, come i senegalesi Ousmane Sembène e Djibril Diop Mambéty oppure come il camerunense Jean-pierre Dikongé-Pipa.

Tornando al tuo personale percorso, quale è stata la parte più interessante della tua ricerca artistica e come questa è legata alla tua identità?

Essendo nato e cresciuto in una metropoli nordafricana, non ho mai sentito un enorme spaesamento riguardo alla “cultura occidentale” perché questa è frutto di tante altre culture ed è anche parte della storia del mio paese natale. Non è nata in sé e per sé. Tutti i campi della civiltà europea sono frutto di eredità e di traduzioni, di apporto e di migrazioni. Lo stesso vale per la mia identità.

Essa è multipla e universale, sprofonda in radici storiche di civiltà mediterranee comuni e aperte sul futuro. I miei piedi sono nati radicati in terra africana, i miei occhi da Casablanca guardavano da un lato l’oceano Atlantico verso le Americhe e dall’altro Gibilterra e Algeciras. La spiaggia della mia città natale, che aveva visto l’arrivo di Fenici, spagnoli, portoghesi e francesi, durante la seconda guerra mondiale vide anche lo sbarco degli alleati americani e l’organizzazione di uno dei passaggi importanti per la liberazione dell’Europa dal nazifascimo: l’operazione Torcia. La storia della città che accolse ebrei, resistenti e profughi dell’Europa durante le legge razziali sono immortalate dall’occhio di Micheal Curtiz nel famoso film Casablanca.
Il cinema e la musica, ma anche la literatura, sono parte di me. Ci sono “opere che salvano la vita”. Grazie a queste si può viaggiare, conoscere, decostruire stereotipi, costruire nuove narrazioni e riscrivere quella storia che è stata raccontata per colonizzare e giustificare suprematismi e discriminazioni.

Rispetto alle mobilitazioni Black Lives Matter in Italia e nel mondo, quale pensi sia il ruolo dell’artista?

In termini generali, sento un grande distacco da un certo modo di fare arte e fruire dell’arte oggi: dare per scontato che i canali monopolizzati dai giganti dell’industria culturale americana (G.A.F.A) siano a vantaggio dell’artista e del bene comune della comunità è un grosso errore che si ripercuote tutti giorni su di noi, economicamente, cognitivamente e spiritualmente. Discorso che, per esempio, potremo fare anche nel caso della produzione e distribuzione alimentare.
Il ruolo dell’artista oggi è più che mai quello di essere un ambasciatore e agitatore culturale. Come sappiamo, la cultura dominante veicola messaggi di supremazia bianca, nel cinema, in TV e ovviamente nella musica e nel teatro. Come diceva il grande Paul Roberson, la risposta all’ingiustizia non sta nel far zittire le critiche ma nel fermare l’ingiustizia. L’artista si deve schierare e deve metterci la faccia, deve ovvero diventare “artivista”. La sua passività, la sua rassegnazione o il suo disinteresse per l’attualità politica contemporanea sono intollerabili e controproduttivi. Per fortuna, la storia recente è piena anche di artisti che hanno dato l’esempio, schierandosi e facendosi portavoci di coraggiose battaglie.

Considerando proprio la situazione politica contemporanea, che tipo di narrativa pensi sia necessaria oggi in Italia?

L’Italia è il paese dei tesori culturali ma, considerando la percentuale di fondi destinati alla cultura nella legge del bilancio, ci si rende conto del fatto che questa non è certo una priorità nazionale e sembra quasi che la volontà sia persino quella di distruggerla.
Albert Camus diceva: “tutto quello che degrada la cultura è una scorciatoia alla servitù”. Già da un po’ di tempo, la gente non fa più la differenza tra serie televisive, telefilm e Cinema.
L’Italia ha bisogno di essere ri-raccontata, sia nelle sue complessissime diversità regionali sia nella sua ricerca di democrazia e, soprattutto, laicità. Inoltre, ha ancora bisogno di decostruire l’eredità eurocentrica e colonialista normalizzata dai media e dallo spazio pubblico e in parte ancora presente anche nelle scuole e nell’accademia.
Il dibattito mondiale, scatenato a seguito del movimento statunitense BLM, riguardo il passato coloniale, la violenza poliziesca e il razzismo quotidiano è vivo anche qui. Gli artisti e gli intellettuali, appunto, hanno il compito di alimentarlo, spolverando la storia per riproporla con occhi nuovi.
In Francia si è lottato tanto per introdurre nei manuali scolastici argomenti quali la tratta degli schiavi, il codice nero e il commercio triangolare. Non abbiamo la stessa storia né le stesse specificità ma ciò non vuol dire che il “nostro colonialismo” sia stato più benefattore. Ci sono ancora tante pagine di storia italiana forse da scrivere e sicuramente da conoscere sull’apporto che hanno dato tante figure “straniere” alla cultura nazionale.

Se potessi lanciare un messaggio alle nuove generazioni, quale sarebbe?

Lo stesso che ripeto alle mie figlie adolescenti: studiate quello che la scuola non riesce a darvi, fuggite le semplici lamentele ma siate critiche e creative. Leggete i classici, “armatevi”, fate delle domande, tutto il tempo. Non fate finta di aver capito altrimenti non conoscerete mai i vostri diritti e penserete sempre che “va bene così” e, anzi, ringrazierete che qualcuno vi dia il permesso di muovervi e di respirare.

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